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L’ANALISI DI UMBERTO DE GIOVANNANGELI | Dal sogno di Abramo al Patto della Mecca: la parabola di Trump in Medio Oriente

C'è un vecchio assunto della politica americana, secondo cui ogni presidente ha l'ambizione di passare alla storia, in genere come "grande pacificatore" del Medio Oriente. Donald Trump non ha fatto eccezione

ROMA – Dagli Accordi di Abramo al Patto della Mecca. Tra questi due estremi si consuma la discesa mediorientale di Donald Trump. C’è un vecchio assunto della politica americana, secondo cui ogni presidente nei quattro anni del suo primo mandato ha come imperativo, quasi una ossessione, quello di fare di tutto e di più per ottenere una seconda investitura.

Ottenuta la quale, scatta l’ambizione di passare alla storia, in genere come “grande pacificatore” del Medio Oriente. Donald Trump non ha fatto eccezione. E gli va riconosciuto che ci ha provato. Con tutte le contraddizioni, le megalomanie che lo connotano, ma ci ha provato.

E il passaporto per la Storia, e magari per l’ambito Nobel per la Pace, erano gli Accordi di Abramo: quelli che avrebbero dovuto portare alla pacificazione tra Israele e buona parte del mondo arabo sunnita, a cominciare dalle ricchissime petromonarchie del Golfo Persico. Gli inizi sono stati incoraggianti con l’ingresso negli Accordi di Emirati Arabi Uniti, Bahrein e successivamente Marocco e Sudan. Accordi siglati ufficialmente in due momenti: il 13 agosto e 15 settembre del 2020, durante la prima presidenza Trump (grande facitore il suo genero-consigliere Jared Kushner). L’ambizione del tycoon era coinvolgere in questi Accordi “storici” l’Arabia Saudita, capofila del fronte arabo-sunnita. E anche qui, per provarci ci ha provato, stabilendo un rapporto strettissimo con il giovane e ambizioso erede al trono Saud, il principe Mohammed bin Salman, meglio noto come MbS.

Poi qualcosa si è rotto con il 7 ottobre 2023. Nella ricostruzione dell'”11 settembre” israeliano, una delle tesi andate per la maggiore è che il capo di Hamas, il defunto Sinwar, avesse agito su input degli ayatollah iraniani, proprio con l’obiettivo di far fallire gli Accordi di Abramo. Vero o no che sia, quel filo è stato reciso dalla devastante reazione israeliana con la guerra di annientamento scatenata a Gaza.

Sia chiaro: agli emiri sunniti, che il popolo palestinese abbia un proprio Stato, accanto allo Stato ebraico, non è mai fregato nulla. Un discorso che vale pure per il sunnita capo, anch’esso defunto, di Al Qaeda, il saudita Osama bin Laden che non aveva mai nascosto il suo razzistico disprezzo verso i palestinesi. La “causa palestinese” è sempre stata utilizzata dagli autocrati mediorientali come valvola di sfogo da concedere alle masse; facendo della lotta, declamata più che praticata, allo Stato ebraico fonte di legittimazione di compattamento interno, tale da giustificare strette repressive interne, marchiando e incarcerando, a decine di migliaia, gli oppositori come “agenti del nemico sionista”.

Un discorso che può essere storicamente allargato a tanti satrapi e dittatori che hanno funestato il Medio Oriente. Solo per citarne alcuni: Saddam Hussein, Hafez e Bashar Assad, e i falsamente “moderati” Hosni Mubarak e re Hussein di Giordania. La mattanza di Gaza costringe le leadership arabo-sunnite a rivedere i rapporti con l’Israele di Netanyahu e “congelare Abramo”. Per riconquistare il consenso sunnita, Trump, su pressione di Netanyahu, prova a giocare la “carta iraniana”.

Con la guerra al regime teocratico militare che finanzia, arma, la mezzaluna rossa sciita radicale, con i proxy iraniani in Yemen (Houthi), Libano (Hezbollah), Palestina (Hamas) e le fazioni più radicali in Iraq. La guerra all’Iran si è rivelata un azzardo per i due sodali di Washington e Tel Aviv. Un azzardo finito male. Perché a Teheran non c’è stato un regime change, ma un ribaltamento degli equilibri interni a favore della componente militare (i Pasdaran); gli Houthi si sono rafforzati, e Hamas, di cui Netanyahu prometteva la distruzione totale, è finita per diventare un soggetto negoziale nelle trattative mediate dal Qatar. La guerra all’Iran ha contribuito molto allo tsunami elettorale che ha investito The Donald e i Repubblicani.

Ad ammetterlo è stato lo stesso presidente Usa e ancor più il suo vice, JD Vance, che già si sente proiettato nella corsa alla successione del tycoon e all’investitura, tutt’altro che scontata, alle primarie del partito dell’elefantino. Di tutto questo, le leadership arabe mediorientali ne hanno piena contezza. E già da tempo si muovono in altre direzioni, alla ricerca di nuove alleanze. In questo scenario, s’inserisce l’accordo di mutua cooperazione militare – il “Patto della Mecca”, sottoscritto a Riad da Arabia Saudita e da due potenze non arabe come la Turchia e il Pakistan.

Trump non l’ha presa bene. Prova ne è il mancato rafforzamento dello scudo antimissilistico americano all’Arabia Saudita per l’intercettazione dei missili sparati su Riad e altre parti del territorio saudita dagli Houthi. Una mossa estrema, quella di Trump, che non ha smosso più di tanto, cioè pochissimo, gli orientamenti dei fu alleati mediorientali. Vale per le monarchie del Golfo persico come per un altro Paese militarmente nevralgico per gli interessi americani nella regione: il Kuwait.

Per provare a risollevare le sorti agonizzanti degli Accordi di Abramo, Trump sembra disposto anche a scaricare l’ingrato sodale israeliano, Benjamin Netanyahu, a cui l’inquilino della Casa Bianca imputa di aver lavorato, ben prima del 7 ottobre, contro gli Accordi di Abramo, che pure ufficialmente Israele ha vergato, e soprattutto di avere sbarrato la strada al piano in 15 punti su Gaza – messo a punto dal Board of Peace di cui Trump si è autoproclamato presidente a vita – che pure aveva ricevuto il sostegno, e i miliardi necessari per l’implementazione, da parte del Qatar e il non ostracismo di Hamas. Azzoppato dal voto di midterm, Trump non rinuncia al sogno di passare alla storia come il “pacificatore del Medio Oriente”.

Per farlo, punta decisamente su un governo di “unità sionista” con Gadi Eisenkot alla guida e senza l’estrema destra di Ben-Gvir e Smotrich all’interno, e con un Likud liberatosi del fardello-Netanyahu. La partita sul governo in Israele è aperta a tutti i risultati. Ma anche un Eisenkot nuovo primo ministro non sarà sufficiente a ricucire i rapporti tra l’amministrazione Trump e le monarchie del Golfo. L’isolazionismo predicato dai Maga avrà ancor più peso nei restanti due anni di presidenza Trump e ancor più nella corsa alle primarie dei candidati repubblicani. Per questo a Riad, come a Dubai, a Doha come a Kuwait City, ma anche al Cairo, Damasco e Amman, si guarda a Oriente: al Gigante cinese destinato in un futuro che si fa presente a giocare un ruolo di player centrale nello scacchiere afro-mediorientale (con i Brics come potenziale alleanza strategica). Se in Medio Oriente la campana per Donald Trump non è ancora suonata, poco ci manca.
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