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Oltre il tempo, con ironia e umanità: Elliot Erwitt a Bologna

Al Museo Archeologico la mostra "L'arte di osservare" Bologna, 6 nov. (askanews) - Uno dei più celebri fotografi del Novecento e la storia di uno sguardo che passava dalla sua famiglia ai grandi del mondo, dai cani alle star del cinema. Il Museo Civico Archeologico di Bologna ospita una mostra dedicata a Elliot Erwitt, "L'arte…

Al Museo Archeologico la mostra “L’arte di osservare”

Bologna, 6 nov. (askanews) – Uno dei più celebri fotografi del Novecento e la storia di uno sguardo che passava dalla sua famiglia ai grandi del mondo, dai cani alle star del cinema. Il Museo Civico Archeologico di Bologna ospita una mostra dedicata a Elliot Erwitt, “L’arte di osservare”, prodotta da Civita Mostre e Musei. E ad accompagnarci tra le sale dell’esposizione c’era Ellen Erwitt, figlia del fotografo, alla quale abbiamo chiesto quale sia il segreto della forza di certi scatti. “Le fotografie resistono alla prova del tempo – ci ha risposto -. Le persone guardano le immagini e vi riconoscono se stesse, oppure situazioni che ricordano loro le storie personali. In questo senso, diventa una fotografia universale”.A curare la mostra Biba Giacchetti, che ha lavorato a lungo al fianco di Erwitt e ha voluto allestire un progetto che parlasse anche dell’uomo dietro il fotografo. “Questa – cui ha detto – è la prima mostra dove la famiglia ci ha dato la possibilità di stampare delle fotografie che non erano mai state viste prima proprio della famiglia, perché lui ha utilizzato molto la famiglia. nei suoi scatti, quindi anche Ellen le vede a muro per la prima volta, le abbiamo selezionate insieme, le abbiamo fatte stampare, ma quando poi uno le vede a parete c’è sempre un momento e la postazione espositiva è quasi interamente dedicata alle fotografie in cui lei stessa è presente, lei, sua madre, quindi comunque la storia della sua famiglia”. Le immagini di Erwitt sono di tanti tipi, dal fotoreportage si sposta sulla pubblicità, racconta la sua vita oppure costruisce situazioni destinate a essere indimenticabili. “Diceva sempre di portare con sé una seconda macchina fotografica – ha aggiunto Ellen Erwitt -. Essendo un fotografo professionista, aveva quasi sempre con sé la sua Leica, caricata con una pellicola a parte: mentre svolgeva il suo lavoro, riusciva a trovare momenti per scattare immagini che non avevano nulla a che fare con l’incarico, diventando così fotografie personali”.E addentrandosi tra le opere esposte si sente che la dimensione delle relazioni personali era fondamentale per il lavoro e lo si vede ovviamente negli scatti più privati, ma più in generale in tutto il percorso, perché Erwitt si prendeva cura delle storie che le suo fotografie raccontavano, anche quando andava a costruirle meticolosamente. “Lui aveva una grandissima capacità di ricreare le situazioni – ha concluso Biba Giacchetti – anche la foto famosa dell’uomo che salta, gli ombrelli, eccetera, la Torre Eiffel. È una fotografia costruita dove lui ha chiesto proprio tutti gli elementi, ma poi quando era il momento lui metteva delle dissonanze, metteva delle imperfezioni e creava degli scatti che erano comunque sorprendenti”.Quell’imperfezione era spesso la misura dell’umanità del fotografo, più che di chi era ritratto nelle immagini. E se sono commoventi alcuni scatti che ritraggono il leggendario Robert Frank in momenti privati, lo sono anche quelli che Erwitt fece sui set cinematografici, con particolare riferimento a Marilyn Monroe, di cui qui vediamo chiaramente le persona sotto la diva. Forse in queste, per così dire, trasparenze dei sentimenti c’è il senso dell’attualità della fotografe di Elliott Erwitt.